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4. Geremia: fedele anche nelle difficoltà

 

Dal libro di Geremia  (1,4-10)

 

“Mi fu rivolta la parola del Signore: “prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”. Risposi: “Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane”. Ma il Signore mi disse: “Non dire: sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti”. Oracolo del Signore. Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: “Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costiuisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare”.

 

Tutti i profeti hanno vissuto in situazioni difficili, ma Geremia ha dovuto svolgere il suo ministero profetico in un periodo storico particolarmente drammatico per il popolo ebraico.

Il regno settentrionale d’Israele aveva già cessato di esistere quando gli assiri, nel 721 a.C., ne avevano occupato la capitale Samaria. Anche il regno del sud era diventato successivamente  stato vassallo dell’Assiria. Garante di questa dipendenza politica fu Manasse, re di Giuda per mezzo secolo, responsabile di un forte inquinamento religioso con l’introduzione di culti pagani anche nel tempio di Gerusalemme.

Per questo la riforma religiosa lanciata da Giosia nel 622 a.C. fu accolta con grande entusiasmo. Ma le speranze svanirono con la morte del “re buono” nella battaglia contro gli egiziani a Meghiddo, nel 609 a.C.

Nello scenario internazionale, frattanto, gli assiri erano stati sostituiti dai babilonesi, guidati da Nabucodonosor che entrò in Gerusalemme nel 598 a.C., operando una prima deportazione. Nonostante i ripetuti inviti di Geremia, che aveva iniziato il suo ministero sotto Giosia, il re e i capi di Gerusalemme si ribellano ai babilonesi. Nabucodonosor ritorna e dopo un lungo assedio, nell’agosto del 587 a.C., entra a Gerusalemme e la distrugge: con la deportazione in massa a Babilonia inizia il grande esilio.

 

1. A servizio della Parola

 

E’ il Signore che ha scelto Geremia per farne un suo profeta: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni” (Ger 1,5). La vocazione è sempre iniziativa di Dio che chiama l’uomo a collaborare al suo progetto. Dio ha un disegno per ogni uomo e per tutta l’umanità; accettare la sua chiamata è l’unica strada per la piena realizzazione personale e per il bene degli altri.

La conoscenza dei propri limiti e la consapevolezza dell’importanza dell’incarico ricevuto spingono Geremia a mettere avanti degli alibi umanamente veri, ma che in realtà denotano una scarsa fiducia in Colui che lo ha chiamato: “Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti” (Ger 1,8).

Il profeta è l’uomo della Parola, colui che si mette a totale servizio del Signore per far conoscere agli uomini la sua volontà. Il ministero profetico richiede, quindi, un rapporto di particolare intimità e confidenza con Colui che manda, ma ha bisogno anche di un profondo inserimento nella vita degli uomini ai quali deve portare il messaggio di salvezza, con una vita coerente e un annuncio comprensibile.

Il profeta non è tanto colui che predice il futuro, ma è soprattutto colui che aiuta a discernere la volontà di Dio nella storia dell’uomo: mettendo a confronto fede e vita, sa valutare la posizione e tracciare le coordinate per il cammino del popolo.

La missione profetica porta con sé un pesante carico di fatica e spesso anche un’ampia scia di impopolarità. Dei sei verbi usati per definire l’azione del profeta ben quattro sono negativi: sradicare, demolire, distruggere e abbattere. La verifica e il confronto portano a individuare prima di tutto ciò che tolto dalle radici o abbattuto dalle fondamenta, non per il gusto di una critica distruttiva senza prospettive, ma come condizione indispensabile per “edificare e piantare”, cioè per ricominciare un’esistenza nuova. Dalla parola di Dio occorre partire per scoprire il senso della propria vita e per ricevere nuovo slancio quando le difficoltà attenuano l’entusiasmo iniziale.

 

2. Il profeta è una sentinella

 

Una delle immagini che rappresenta più efficacemente il compito del profeta è quella della sentinella. Dice il Signore a Ezechiele: “O figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia” (Ez 33,7). Il profeta, come una sentinella, ha il dovere di dare l’allarme, di mettere in guardia dal pericolo, di rischiare le esigenze dell’alleanza con Dio.

L’invito più ripetuto e pressante di Geremia è quello alla conversione: “Lasciati correggere, o Gerusalemme” (Ger 6,8). Il profeta parte da una lettura della vita della città: “Percorrete le vie di Gerusalemme, osservate bene e informatevi, cercate nelle piazze se trovate un uomo, uno solo che agisca giustamente e cerchi di mantenersi fedele… Io li ho saziati ed essi hanno commesso adulterio, si affollano nelle case di prostituzione. Sono come stalloni ben pasciuti e focosi: ciascuno nitrisce dietro la moglie del suo prossimo” (Ger 5,1.7-8). Nei rapporti sociali sono percorse le vie della violenza, della frode e dell’inganno e vengono dimenticate la giustizia e la solidarietà: “Non difendono la giustizia, non si curano della causa dell’orfano, non fanno giustizia ai poveri” (Ger 5,28).

L’abbandono della fede nel Signore ha gravi conseguenze per tutti: “Ridurrò Gerusalemme un cumulo di rovine, rifugio di sciacalli… Perché hanno abbandonato la legge che avevo loro posto innanzi e non hanno ascoltato la mia voce e non l’hanno seguita, ma hanno seguito la caparbietà del loro cuore e i Baal, che i loro padri avevano fatto loro conoscere” (Ger 9,10-13).

L’idolatria distrugge la città, è saltata l’alleanza che stabiliva un rapporto di profonda intimità con il Signore: è stata abbandonata la sorgente d’acqua viva, per scavare cisterne screpolate che non tengono l’acqua (Ger 2,13). Ogni persona è posta di fronte a una scelta dalle conseguenze molto diverse:

 

“Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede; dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi; nell’anno della siccità non intristisce, non smette di produrre i suoi frutti” (Ger 17,5-8).

 

Compito del profeta è richiamare alla vera religiosità. Il tempio non è un portafortuna per chi vi entra o un parafulmine per la città di Gerusalemme. “Rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, bruciare incenso a Baal, seguire altri dei che non conoscevate. Poi venite e vi presentate alla mia presenza in questo tempio, che prende il nome da me, e dite: Siamo salvi! Per poi compiere tutti questi abomini” (Ger 7,9-10).

E` la Legge che deve orientare le scelte del credente e la vita della città. La verifica della fede avviene nella vita, soprattutto nella pratica della giustizia e della solidarietà: “praticate il diritto e la giustizia, liberate l’oppresso dalle mani dell’oppressore, non fate violenza e non opprimete il forestiero, l’orfano e la vedova, e non spargete sangue innocente in questo luogo” (Ger 22,3). La ricchezza è spesso accompagnata da ingiustizie e l’accumulo dei capitali è una illusione: “Come una pernice che cova uova da lei non deposte è chi accumula ricchezze, ma senza giustizia. A metà dei suoi giorni dovrà lasciarle e alla fine apparirà uno stolto” (Ger 17,11).

Il profeta, anche se deve richiamare alla fedeltà e alla conversione con minacce, è l’annunciatore della misericordia di Dio e il testimone della speranza. Anche la lunga e pesante sofferenza dell’esilio avrà un termine con l’intervento finale di Dio: “Non abbatterti, Israele, perché io libererò te dal paese lontano, la tua discendenza dal paese del tuo esilio. Giacobbe ritornerà o godrà la pace, vivrà tranquillo e nessuno lo molesterà. Poiché io sono con te per salvarti” (Ger 30,10-11).

 

3. Fedele anche nelle prove

 

Geremia sperimenta la solitudine dell’uomo a totale servizio di Dio e della sua Parola. Il celibato di Geremia è uno stato di vita che il profeta sperimenta come risposta ad un preciso comando del Signore: “Non prendere moglie, non aver figli né figlie in questo luogo” (Ger 16,2). Geremia deve essere il segno profetico di una situazione drammatica: se non ci sarà conversione Gerusalemme verrà distrutta e i suoi abitanti andranno in esilio. La solitudine di Geremia è pure il simbolo della “solitudine” di Dio in mezzo al suo popolo: anche Dio, come il profeta, è solo e inascoltato fra la sua gente. Geremia, infine, incarna la solitudine dell’uomo che ha rifiutato Dio: come il profeta non ha moglie e figli che lo consolino, così gli abitanti di Gerusalemme, dopo aver messo da parte Dio e la sua Parola, si sentiranno soli quando dovranno andare in esilio.

Il ministero profetico impegna Geremia a sacrificarsi per il popolo: “ero come un agnello mansueto che viene portato al macello” (Ger 11,19). Il servizio della Parola è “motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno”  (Ger 20,8), è portare una croce che si sente sempre più pesante e inutile quando non si vedono i risultati: “…sono ventitrè anni che mi è stata rivolta la parola del Signore, e io ho parlato a voi premurosamente e continuamente, ma voi non mi avete ascoltato” (Ger 25,3).

Dopo la distruzione di Gerusalemme, nel campo di raccolta di Rama anche Geremia viene incatenato e inserito nella colonna dei deportati per Babilonia. Riconosciuto, viene liberato e lasciato libero di scegliere. Potrebbe andare a vivere finalmente tranquillo a Babilonia, ma Geremia decide di rimanere fra i poveri della città distrutta: la fuga non è mai una soluzione, il profeta non può scegliere una vita comoda per sé, ma il bene del popolo.

Nonostante lotte, persecuzioni, sofferenze, critiche e delusioni Geremia resta fedele alla vocazione ricevuta, confidando nella fedeltà a Colui che lo ha chiamato: “Va’… io sono con te per proteggerti” (Ger 1,8). La parola di Dio va annunciata e testimoniata, in coerenza con la propria missione e in solidarietà con la vita della gente.

Anche oggi, per “comunicare il vangelo in un mondo che cambia”, è necessario un annuncio comprensibile che incroci la sensibilità della cultura odierna con una presenza calda e amorevole della Chiesa accanto all’uomo del nostro tempo, disponibile a condividere comuni aspirazioni di pace e di giustizia.

 

4. La dimensione “politica” della fede

 

Uno dei compiti del profeta è richiamare la vera religiosità. La vicenda personale di Geremia ci ha ricordato che la verifica della fede avviene nella vita, soprattutto nella pratica della giustizia e della solidarietà: “praticate il diritto e la giustizia, liberate l’oppresso dalle mani dell’oppressore, non fate violenza e non opprimete il forestiero, l’orfano e la vedova, e non spargete sangue innocente in questo luogo”.

La dottrina sociale della Chiesa, oltre ai principi che devono presiedere all’edificazione di una società degna dell’uomo, indica anche dei valori fondamentali. Il rapporto tra principi e valori è indubbiamente di reciprocità, in quanto i valori sociali esprimono l’apprezzamento da attribuire a quei determinati aspetti del bene morale che i principi intendono conseguire, offrendosi come punti di riferimento per l’opportuna strutturazione e la conduzione ordinata della vita sociale.

Tutti i valori sociali inerenti alla dignità della persona umana, della quale favoriscono l’autentico sviluppo, sono, essenzialmente: la verità, la libertà, la giustizia e l’amore. (GS 26). La loro pratica è via sicura e necessaria per raggiungere il perfezionamento personale e una convivenza sociale più umana; essi costituiscono l’imprescindibile riferimento per i responsabili della cosa pubblica, chiamati ad attuare “le riforme sostanziali delle strutture economiche, politiche, culturali e tecnologiche e i necessari cambiamenti nelle istituzioni” (Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa nella formazione sacerdotale, n. 43).

 

5. La giustizia

 

La giustizia è un valore che, secondo la più classica formulazione consiste nella “costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che gli è dovuto” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1807). Dal punto di vista soggettivo, la giustizia si traduce nell’atteggiamento determinato dalla volontà di riconoscere l’altro come persona, mentre, dal punto di vista oggettivo, essa costituisce il criterio determinante della moralità nell’ambito inter-soggettivo e sociale (Pacem in terris, 20). Tra le diverse forme classiche della giustizia (commutativa, distributiva, legale) il Magistero sociale sottolinea sempre più il valore della giustizia sociale, che rappresenta un vero e proprio sviluppo della giustizia generale, regolatrice dei rapporti sociali in base al criterio dell’osservanza della legge. La giustizia sociale, esigenza connessa alla questione sociale, che oggi si manifesta in una dimensione mondiale, concerne gli aspetti sociali, politici ed economici e, soprattutto, la dimensione strutturale dei problemi e delle correlative soluzioni (Laborem exercens, 2).

La giustizia risulta particolarmente importante nel contesto attuale, in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni d’intenti, è seriamente ricacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità e dell’avere. Anche la giustizia, sulla base di tali criteri, viene considerata in modo riduttivo, mentre acquista un più pieno e autentico significato nell’antropologia cristiana. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, perché quello che è “giusto” non è originariamente determinato dalla legge, ma dall’identità profonda dell’essere umano (Sollecitudo rei socialis, 40).

La piena verità sull’uomo permette di superare la visione contrattualistica della giustizia, che è visione limitata, e di aprire anche per la giustizia l’orizzonte della solidarietà e dell’amore: “Da sola, la giustizia non basta. Può anzi arrivare a negare se stessa, se non si apre a quella forza più profonda che è l’amore” (Messaggio per la giornata mondiale della pace, 2004). Al valore della giustizia, infatti, la dottrina sociale accosta quello della solidarietà, in quanto via privilegiata della pace. Se la pace è frutto della giustizia, “oggi si potrebbe dire, con la stessa esattezza e la stessa forza di ispirazione biblica (cf Is. 32,17; Gc 3,18). Opus solidaritatis pax, la pace come frutto della solidarietà” (Sollecitudo rei socialis, 39). Il traguardo della pace, infatti, “sarà certamente raggiunto con l’attuazione della giustizia sociale e internazionale, ma anche con la pratica delle virtù che favoriscono la convivenza e ci insegnano a vivere uniti, per costruire uniti, dando e ricevendo, una società nuova e un mondo migliore” (Ibid., 39).

 

 

6. La via dell’amore

 

I valori della verità, della giustizia, della libertà nascono e si sviluppano dalla sorgente interiore della carità: la convivenza umana è ordinata, feconda di bene e rispondente alla dignità dell’uomo, quando si fonda sulla verità; si attua secondo la giustizia, ossia nell’effettivo rispetto dei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; è attuata nella libertà che si addice alla dignità degli uomini, spinti dalla loro stessa natura razionale ad assumersi la responsabilità del proprio operare; è vivificata dall’amore, che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui e rende sempre più intense la comunione dei valori spirituali e la sollecitudine per le necessità materiali. Questi valori costituiscono dei pilastri dai quali riceve solidità e consistenza l’edificio del vivere e dell’operare: sono valori che determinano la qualità di ogni azione e istituzione sociale.

La carità presuppone e trascende la giustizia: quest’ultima deve trovare il suo completamento nella carità. Se la giustizia è di per sé idonea ad “arbitrare” tra gli uomini nella reciproca ripartizione dei beni oggettivi secondo l’equa misura, l’amore, invece, e soltanto l’amore è capace di restituire l’uomo a se stesso (Dives in misericordia, 14). Non si possono regolare i rapporti umani unicamente con la misura della giustizia: “L’esperienza del passato e del nostro tempo dimostra che la giustizia da sola non basta e che anzi, può condurre alla negazione e all’annientamento di se stessa… E’ stata appunto l’esperienza storica che, fra l’altro, ha portato a formulare l’asserzione: summum ius, summa iniuria” (Ibid., 12). La giustizia, infatti, “in ogni sfera dei rapporti interumani, deve subire, per così dire, una notevole “correzione” da parte di quell’amore, il quale, come proclama S. Paolo, “è paziente e benigno” o, in altre parole, porte in sé i caratteri dell’amore misericordioso, tanto essenziali per il Vangelo e il cristianesimo” (Ibid, 14).

Nessuna legislazione, nessun sistema di regole o di pattuizioni riusciranno a persuadere uomini e popoli a vivere nell’unità, nella fraternità e nella pace, nessuna argomentazione potrà superare l’appello della carità. Soltanto la carità, nella sua qualità di “forma virtutum”, può animare e plasmare l’agire sociale in direzione della pace nel contesto di un mondo sempre più complesso. Affinché tutto ciò avvenga, occorre però che si provveda a mostrare la carità non solo come ispiratrice dell’azione individuale, ma anche come forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici. In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa crescere effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce.

La carità sociale e politica non si esaurisce nei rapporti tra le persone, ma si dispiega nella rete in cui tali rapporti inseriscono, che è appunto la comunità sociale e politica, e su questa interviene, mirando al bene possibile per la comunità nel suo insieme. Per tanti aspetti, il prossimo da amare si presenta “in società”, così che amarla realmente, sovvenire al suo bisogno o alla sua indigenza può voler dire qualcosa di diverso dal bene che gli sui può volere sul piano puramente inter-individuale: amarlo sul piano sociale significa, a seconda delle situazioni, avvalersi delle mediazioni sociali per migliorare la sua vita oppure rimuovere i fattori sociali che causano la sua indigenza. E’ indubbiamente un atto di carità l’opera di misericordia con cui si risponde qui e ora ad un bisogno reale ed impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l’impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria, soprattutto quando questa diventa la situazione in cui si dibatte uno sterminato numero di persone e perfino interi popoli, situazione che assume, oggi, le proporzioni di una vera e propria questione sociale mondiale.

 

 

Per la preghiera

 

Salmo 14: Giustizia e lealtà per abitare nella casa del Signore

 

Signore, chi abiterà nella tua tenda?

Chi dimorerà sul tuo santo monte?

Colui che cammina senza colpa,

agisce con giustizia e parla lealmente,

non dice calunnia con la sua lingua,

non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulto al suo vicino.

Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,

ma onora chi teme il Signore.

Anche se giura a suo danno, non cambia;

presta denaro senza fare usura,

e non accetta doni contro l’innocente.

Colui che agisce in questo modo

resterà saldo per sempre.

 

Questo salmo veniva recitato alla fine del pellegrinaggio a Gerusalemme. Giunto vicino ai portici del tempio, il pio israelita si chiedeva: “Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo santo monte?”. Le condizioni per un rapporto di intimità con il Signore sono: rettitudine morale, giustizia, lealtà, evitare la calunnia e l’insulto, fedeltà, aiutare il prossimo con disinteresse personale, non accettare doni contro l’innocente. L’amore verso Dio, quindi, è possibile solo quando c’è l’amore per il prossimo.

 

Per la vita:

 

  • C’è distacco tra la tua vita e la fede? Fra la preghiera e l’impegno quotidiano?

  

 
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