P. Giovenale Dotta - 01 maggio 2009

 

IL CARISMA DEL MURIALDO

A SERVIZIO DEI GIOVANI POVERI

(da san Leonardo ai nostri giorni)

(Giovenale Dotta)

 

 

                                                      II parte

 

13. Il rinnovamento conciliare

 

Il Concilio Vaticano II (1962-65) ha portato un grande rinnovamento nella Chiesa e nella vita delle congregazioni religiose. Come le altre, anche la famiglia giuseppina è stata invitata a riformulare i principi su cui si impostavano la sua spiritualità e la sua azione pastorale. Questo avvenne con un Capitolo Generale speciale (il XIV dagli inizi della congregazione), celebrato a Roma dal 30 marzo all’8 agosto 1969. Ne scaturirono i Decreti capitolari che sostituirono, ad experimentum, tutta la legislazione precedente (Costituzioni, Direttorio, Ordinamento generale degli studi).

Fu un «salto di qualità nei confronti delle precedenti Costituzioni, in particolare dal punto di vista dottrinale e carismatico. Soprattutto la ricchezza della tradizione ha ritrovato nei Decreti capitolari un posto d’onore e il codice fondamentale di vita della congregazione ha riacquistato il sapore e il genuino spirito delle origini. Veramente si ha un testo “giuseppino” che presenta la fisionomia propria della congregazione» (Giuseppe Fossati, Una storia per la vita..., I, p. 86). Questo testo, con le modifiche apportate dal Capitolo Generale XV del 1970, è stato pubblicato nel 1971 con il titolo Documenti capitolari. Il capitolo sull’«apostolato giuseppino nelle sue diverse forme e ambienti» coniuga assai bene ricchezza carismatica e aggiornamento pastorale ed educativo.

I Documenti capitolari del 1969 si rifacevano all’appello che il concilio aveva rivolto ai religiosi, invitandoli a tornare alle fonti, cioè al loro spirito primitivo, e nello stesso tempo a ricercare le modalità di un efficace adattamento alle mutate condizioni dei tempi (n. 784).

Essi affermavano: «la nostra congregazione volle qualificarsi, fin dai suoi inizi, per una particolare sensibilità alle esigenze morali e sociali della gioventù povera e bisognosa. L’apostolato educativo a favore di questa gioventù, nostro fine specifico, deve perciò ancor oggi considerarsi, di diritto e di fatto, come prioritario» (n. 785).

I Documenti ricordavano poi l’apertura di opere rivolte ai giovani della classe benestante, alle quali si era sempre desiderato «che vi fossero unite, possibilmente, attività a favore dei poveri» (n. 786).

Si ribadiva inoltre un concetto già presente nel Regolamento del 1873: anche se la gioventù era lo scopo primario delle opere giuseppine, non era «alieno dallo spirito della congregazione il venire in aiuto degli adulti appartenenti alla classe operaia, coll’istruzione e la predicazione» (n. 787). Le parrocchie poi dovevano «avere un’impostazione pastorale peculiarmente giuseppina a favore della gioventù e delle classi più disagiate» (n. 788).

«Il fine e l’impegno apostolico, che caratterizzarono essenzialmente la congregazione, acquistano oggi una validità ancor più grande, poiché tanto il problema della gioventù, soprattutto di quella meno aiutata socialmente e moralmente, quanto il problema della promozione della classe lavoratrice, entrano tra i segni più significativi del nostro tempo e sono oggetto di cura particolare da parte della Chiesa» (n. 790).

Delineando infine la figura del giuseppino educatore, i Documenti capitolari affermano che egli «si dedica con predilezione a quelli che mancano di beni e di affetto [e] a quelli che sono meno ricchi di doti naturali» (n. 858). Molti numeri sono poi consacrati alla presenza pastorale nel mondo del lavoro (nn. 953-966) e al tentativo di  intravedere nuove prospettive di impegno apostolico: la sensibilizzazione dei ceti elevati verso quelli meno favoriti dalla sorte, la formazione cristiana della gioventù operaia e rurale, il contatto con i «lontani», la collaborazione con i laici... (nn. 1025-1035).

 

 

14. Gli anni Settanta

 

Nel 1970 fu celebrato a Roma il XV Capitolo Generale. Vi ebbe grande spazio l’esame dei documenti del Capitolo speciale, divenuti, come si è visto, la nuova legislazione della congregazione, seppure ad experimentum. Questo Capitolo dedicò grande attenzione al problema delle vocazioni, dal momento che la crisi cominciava a farsi sentire. Si raccomandava ai promotori vocazionali di presentare la specificità del sacerdozio giuseppino, che non è solo un sacerdozio ministeriale, ma anche carismatico, dal momento che assume «i carismi evangelici della vita comunitaria, della castità, povertà e obbedienza e della carità apostolica verso i poveri nella categoria dei giovani» (Raccomandazione n. 1).

Si confermava l’impegno missionario nel vicariato del Napo, ma si considerava auspicabile qualche altro apostolato missionario, anche in territori non affidati alla congregazione (n. 3): erano i primi passi verso le future aperture in Africa, nuovo campo di lavoro in mezzo ai poveri.

Il problema dell’apostolato tra i poveri, e di una vita effettivamente povera, sarebbe poi emerso meglio nel XVI Capitolo Generale tenutosi a Roma nel 1976, che incoraggiava a continuare nello sforzo già in atto per una maggiore conoscenza del carisma del Murialdo (Raccomandazione n. 1), richiamava l’attenzione sul problema del rapporto tra carisma della congregazione e carismi personali, in relazione alla ricerca di vie apostoliche nuove (n. 2), invitava i confratelli «a solidarizzare, con la testimonianza dello loro vita, con i più poveri e i più bisognosi» e, ancor prima di mettere a tema l’argomento dell’apostolato tra i giovani poveri, chiedeva «un ritorno coraggioso alla povertà evangelicamente vissuta, con la scelta di uno stile di vita personale e comunitario che si accontenta dell’essenziale» (n. 4).

Riaffermava poi «la finalità specifica della nostra congregazione per i giovani poveri, abbandonati e per il mondo del lavoro», chiedendo «una permanente revisione delle nostre opere, perché rispondano alle attese dell’ambiente e alle nuove forme che assume oggi la povertà dei giovani»; si suggeriva inoltre che ogni comunità avesse, tra le altre, qualche attività significativa a favore dei giovani poveri (n. 7).

Per la prima volta un Capitolo generale sottolineava che i collaboratori laici sono «con noi [...] membri attivi di apostolato» e chiedeva loro di avere una «conoscenza adeguata delle linee che identificano l’educazione giuseppina (carisma)» (n. 8).

All’interno delle «Linee di programmazione», e precisamente nel paragrafo dedicato all’apostolato giuseppino, si riaffermava «nelle scelte concrete il fine primario della nostra congregazione: dedicarsi ai giovani poveri e abbandonati e al mondo del lavoro» e si ribadiva la richiesta che in ogni opera ci fosse una qualche attività significativa che rispondesse «alle nuove forme di povertà in cui versano i giovani d’oggi (abbandonati, drogati, orfani, figli di genitori in difficoltà...)». Ritornava poi la richiesta di «qualificare spiritualmente ed apostolicamente i laici nostri collaboratori».

 

 

15. Dai collegi alle case famiglia

 

Tra le attività che il Capitolo del 1976 aveva considerato «significative», stavano emergendo in quegli anni le case famiglia. La loro preistoria ha le radici nel secondo dopoguerra, caratterizzato, in Italia, da grandi necessità sociali. Il conflitto aveva lasciato molti orfani e la successiva emigrazione aveva disgregato o almeno sradicato dal loro ambiente molte famiglie. Migliaia di ragazzi soli o con problemi familiari trovavano accoglienza negli orfanotrofi e nei collegi dei religiosi e delle religiose. A partire dagli anni Cinquanta cominciò però a spuntare qualche risposta alternativa all’istituto: comunità di tipo familiare per 12-15 minori, che andarono diffondendosi negli anni Sessanta e Settanta, diventando col tempo più piccole e più a misura di famiglia. Alcune erano di matrice laica, altre di ispirazione cristiana. Al posto dei collegi stavano nascendo le case famiglia.

Nel secondo gruppo, quello di ispirazione cristiana, si collocava anche l’Associazione Murialdo di Padova. Era un’associazione di volontariato, costituita da religiosi giuseppini e da laici i quali si impegnavano ad accogliere ragazzi e giovani in stato di abbandono e privi di riferimenti familiari stabili: i ragazzi venivano e vengono accolti dalle stesse famiglie, nelle loro case, o dai religiosi, accanto o in qualche modo dentro le loro comunità, o in case prese in affitto. Questa forma di accoglienza di tipo familiare era sorta nel 1972, grazie alla collaborazione tra l’amministrazione provinciale di Padova e il privato sociale, in questo caso i Giuseppini del Murialdo.

Poco per volta gli istituti assistenziali venivano messi in discussione, nell’intento di promuovere altre forme di intervento. Sono dunque sorte varie piccole comunità di accoglienza, gestite direttamente da religiosi, con la collaborazione di operatori e di volontari. Talvolta gli stessi religiosi condividevano e condividono la vita con piccoli gruppi di ragazzi e di adolescenti. In altri casi si formavano comunità professionali, in appartamenti con 4-6 minori e con operatori presenti a turno, secondo gli orari di lavoro.

Questo cammino ha interessato varie congregazioni religiose e naturalmente anche quella dei Giuseppini, la quale anzi si era dimostrata attenta e propositiva fin dall’inizio di questo movimento, grazie ad alcuni confratelli e ai laici che lavoravano con loro. L’Associazione Murialdo di Padova aveva dato vita a molti nuclei, dislocati in vari appartamenti. A Trento era nata la Comunità Murialdo (1979), con diverse  «filiazioni» di case famiglia e di centri diurni. Altre case famiglia nacquero in seguito: nel 1980 ad Acquedolci; nel 1984 a Foggia, a Laives, a Milano, a Santa Marinella, a Viterbo; nel 1985 a Mendoza (Argentina) e a Roma; nel 1986 a Venezia; nel 1987 a Vicenza; nel 1991 a Getafe (Spagna), a Rosario de la Frontera (Argentina) e a Lucera; nel 1992 a Bogotà. Nel prosieguo degli anni Novanta ne sorsero altre a Buenos Aires, a Treviso, a Brasilia e anche altrove e nel 1998 si costituiva ufficialmente il CNAM, Coordinamento Nazionale Accoglienza Murialdo, con lo scopo di «federare» le comunità, le associazioni, le organizzazioni di volontariato e le cooperative che in Italia operano in questo campo.

Intanto il vento stava mutando e cresceva la consapevolezza di dover cercare forme di assistenza diversificate rispetto a quelle residenziali: si è ridata attenzione alla famiglia di origine per evitare lo sradicamento del minore, si è sperimentato l’affidamento familiare, sono cresciute le convenzioni dell’ente pubblico con le associazioni e le cooperative. L’impegno diretto dei Giuseppini (ma anche di altri religiosi) è andato diminuendo perché si tenta ora di privilegiare l’inserimento in famiglie «vere», adottive o affidatarie, ma composte da un «vero papà» e da una «vera mamma», e anche da fratelli e sorelle. Qualche casa famiglia è stata chiusa e oggi il compito dei religiosi, più che accogliere e accompagnare direttamente i minori in difficoltà, sembra essere quello di aiutare la crescita di una generazione nuova di famiglie, capaci di aprirsi alla condivisione della vita e alla solidarietà.

 

 

16. Mai così tanta attenzione ai poveri (1982)

 

La progressiva riscoperta del carisma del fondatore faceva crescere in congregazione la sensibilità verso l’apostolato in favore dei giovani poveri, tema che nel Capitolo XVII (Viterbo, 1982) assunse un rilievo mai conosciuto prima. Nel percorso di preparazione dell’evento, il superiore generale, p. Girolamo Zanconato, scriveva una lettera circolare ai confratelli eletti al Capitolo (10 gennaio 1982), nella quale sottolineava, tra l’altro, la necessità della «riqualificazione» delle opere giuseppine, affinché fossero veramente per i giovani poveri.

Nonostante la contrazione numerica, nel 1979 la congregazione, grazie alla Provincia veneta, apriva a Lunsar, in Sierra Leone, una presenza pastorale ed educativa nel cuore di uno dei paesi più poveri dell’Africa.

Il Capitolo invitava le comunità ad essere attente «ai bisogni sempre nuovi e ai segni dei tempi», mettendo in guardia i confratelli dal pericolo di una vita borghese, lontana dalla precarietà che caratterizzava molte forme di povertà (Linee di programmazione, 1.2). Un intero, lungo paragrafo era dedicato all’apostolato fra i giovani poveri.

Il Capitolo ricuperava lo spirito e anche i termini del carisma originario e ricordava la missione specifica della congregazione, quella dell’educazione dei giovani poveri, abbandonati e maggiormente bisognosi di aiuto e di cristiana educazione. Tracciava poi un vero e proprio programma di «riconversione» ai giovani poveri.

«Ogni provincia, attraverso interventi adeguati del capitolo provinciale, del consiglio e delle comunità, si impegni a fare in modo che gradualmente nell’arco di tre anni e maggiormente al termine del sessennio si possa riconoscere assai più di oggi che la congregazione è fedele a questa missione specifica, con una nitida linea apostolica e con una evidente priorità di impegno in questa opzione.

[...] Per aiutare la realizzazione di tale progetto, il capitolo:

a) chiede che ogni nostra opera senta il dovere di cercare spazi di servizio per i nostri giovani poveri (case famiglia, in appartamento o nell’istituto, affidamento o appoggio di giovani a famiglie, mensa, accoglienza in casi di emergenza e altre forme di presenza aperte al territorio, anche con l’apporto di collaboratori;

b) invita a sensibilizzare i giovani di tutte le nostre opere e attività al servizio dei loro coetanei più umili e bisognosi e a compiere analoga opera verso i collaboratori laici, i volontari, gli ex allievi, gli adulti di tutte le nostre opere e parrocchie.

Afferma che la nostra congregazione non si rivolge specificamente alle fasce di emarginazione qualificata (drogati, handicappati, carcerati...) ma piuttosto alla emarginazione di massa (periferie, borgate popolari, assistenze ai minori)» (Linee di programmazione, 2.1).

La scelta del coinvolgimento dei giovani, dei collaboratori, dei laici, dei volontari nel campo del lavoro in mezzo ai poveri veniva ribadita a proposito delle iniziative missionarie già in atto o in via di progettazione (2.2).

 

 

17. La Regola del 1984

 

Comprende le Costituzioni e il Direttorio ed è il punto di arrivo del lungo cammino postconciliare, iniziato, per i Giuseppini, con il Capitolo speciale del 1969. A ragione il superiore generale p. Paolo Mietto nella lettera di promulgazione scriveva che si trattava di un «ritorno alle fonti», cioè al vangelo e al carisma del fondatore, come pure di un «adattamento alle mutate condizioni dei tempi» (La Regola.Costituzioni-Direttorio, Roma 1984, p. VIII). Tale Regola ha un valore tutto particolare in quanto presenta lo specifico progetto di vita del giuseppino arricchito della nuova linfa carismatica che ora saliva più copiosa dalle radici del vecchio albero. E’ dunque di notevole interesse rileggere i passi che trattano dell’apostolato in favore dei giovani poveri.

La Regola del 1984 contiene un testo che fa come da premessa: si intitola Origine e carisma della congregazione. Non fa parte delle Costituzioni, ma racchiude una bella «sintesi storico-carismatica della tradizione giuseppina» e costituisce dunque un «punto di riferimento per tutta la legislazione della congregazione» (Giuseppe Fossati, Una storia per la vita..., I, p. 98).

Nella Regola poi, il capitolo dedicato alla vita apostolica iniziava affermando che «fin dalle origini, la Congregazione di San Giuseppe ebbe nella Chiesa la missione specifica di dedicarsi ai giovani poveri, abbandonati e maggiormente bisognosi di aiuto e di cristiana educazione» (art. 45).

Definiti i destinatari, si precisavano gli ambiti: «Mantenendo sempre la priorità di impegno per i giovani, scopo specifico della congregazione, essa può svolgere il suo apostolato anche tra gli operai, gli adulti del ceto popolare e i popoli non ancora evangelizzati, assecondando le indicazioni della Provvidenza. La congregazione promuove l’elevazione del ceto operaio soprattutto formando i giovani che si inseriscono nel mondo del lavoro» (art. 46).

«Attenta ai segni dei tempi e adeguandosi alle mutevoli esigenze delle persone e dei luoghi, la congregazione offre nelle sue istituzioni e con le sue attività una casa e una famiglia ai giovani che ne sono privi, una possibilità di studio e di formazione al lavoro, un ambiente educativo, un centro di evangelizzazione e di vita cristiana» (art. 47).

Il testo proseguiva toccando i temi della formazione integrale, umana e cristiana, dello stile comunitario nell’apostolato, del contatto diretto con i giovani, tra i quali il giuseppino sta come «amico, fratello e padre», della catechesi, della collaborazione con i laici.

Poco tempo dopo, proprio i laici, per fare un solo esempio, erano chiamati a condividere il carisma apostolico a servizio dei ragazzi poveri e soli da don Paolo Mietto, superiore generale, nella sua lettera circolare dall’impegnativo titolo Nella parrocchia giuseppina nessun ragazzo senza famiglia. Padre Mietto auspicava che sorgesse nelle parrocchie giuseppine «un piccolo gruppo di laici, meglio se di famiglie, con lo scopo di rappresentare un punto di riferimento sia per le famiglie in difficoltà circa i figli, sia per le famiglie disponibili ad aiutare bambini e ragazzi in difficoltà.

[...] La comunità parrocchiale [...] può e deve farsi carico della situazione di emarginazione dei ragazzi e dei giovani del territorio, sviluppando una mentalità di condivisione per vivere in una sintesi vitale l’ascolto della Parola, la celebrazione dell’Eucaristia e la testimonianza della carità.

[...] E’ forse un sogno troppo bello pensare alla parrocchia giuseppina come ad un territorio privilegiato dove le famiglie si vengono reciprocamente incontro per aiutare i ragazzi in difficoltà?» (Paolo Mietto, Nella parrocchia giuseppina nessun ragazzo senza famiglia, in «Lettere Giuseppine» [1984], n. 5, pp. 136-137).

La lettera nasceva nel contesto di un cammino già intrapreso da tempo (quello dell’assistenza ai ragazzi in difficoltà all’interno di strutture familiari) e contribuì essa stessa ad un significativo sviluppo dell’accoglienza attraverso le case famiglia.

 

 

18. Una costante del Novecento: le parrocchie

 

L’accettazione di una parrocchia, la prima, da parte della congregazione, veniva presentata ai Giuseppini dal superiore generale di allora, don Giulio Costantino, nella sua lettera circolare del 10 febbraio 1909. Egli scriveva: «Voi già sapete, carissimi confratelli, che la benevolenza del Santo Padre [Pio X] ha voluto affidarci in Roma la nuova parrocchia dell’Immacolata nel Borgo S. Lorenzo [...] e con essa le Scuole Pontificie di quel rione e l’Oratorio o Patronato di quei poveri giovinetti. Ciascuna di queste opere sarebbe certo bastante per esaurire le nostre forze; che sarà il doverle compiere tutte ad una volta?». Don Costantino proseguiva sottolineando che non era stata la congregazione a chiedere, ma il papa a offrire il nuovo campo di lavoro, in un’opera «rilevantissima», «la più grande che mai abbia intrapresa la nostra piccola Società» (Giulio Costantino, Lettere circolari..., pp. 105-106).

In effetti le prime regole della congregazione non indicavano le parrocchie tra gli ambiti apostolici nei quali si esplicava l’azione dei Giuseppini; su questo punto tacevano i testi del 1873, del 1875 e del 1904. Ma, si sa, la vita vissuta precede il diritto e dunque le parrocchie entrarono prima nella vita della congregazione (1909) e poi nei suoi statuti: infatti nelle Costituzioni del 1923 si legge che la congregazione esercitava la sua azione nei collegi, nelle scuole, negli orfanotrofi, negli oratori [...] «e talora anche nelle parrocchie, alle quali sia annessa un’opera per l’educazione della gioventù» (art. 3). E’ la linea, non solo pratica, ma anche teorica, che si è sempre tentato di seguire in seguito: le parrocchie dei Giuseppini devono essere caratterizzate da una viva e per quanto possibile efficace attenzione ai giovani.

La seconda parrocchia giuseppina fu quella di Montecompatri, tenuta dal 1912 al 1922. Ne seguirono altre in Brasile nel 1915 (Jaguarão e Quinta), in Ecuador nel 1922 (Tena) e via via in altre località. Forse è bene ricordarne alcune, senza voler far torto a quelle che per brevità non vengono elencate: Conegliano (1924); Napoli e Torino (1927), Ana Rech (Brasile, 1928), Foggia e Venezia (1931), Lucera (1932), Buenos Aires (1936), Viterbo (S. Maria delle Farine, 1936), Quito (Ecuador, 1937), Mendoza (Argentina, 1940), Milano (1940), Fazenda Sousa (Brasile, 1947), La Reina (Cile, 1948), Requinoa (Cile, 1949), Valparaiso (Cile, 1951), Rossano Calabro (1953), Padova (1954), Porto Alegre (Brasile, 1954), Guayaquil (Ecuador, 1956) e su su, fino a Brasilia (1968), Viterbo (S. L. Murialdo, 1972), Taranto (1979), Bogotà (1983), Rio de Janeiro (1983), Madrid (1987), Londrina (Brasile, 1989). Negli anni Novanta si sono ancora aperte tre parrocchie in Messico, tre in Brasile, una in Ecuador e una in Argentina. Si sono poi accettate una parrocchia a Modena (2001), una a Medellin (Colombia, 2002) e una in Spagna nel 2007. Molte parrocchie si trovano nella missione giuseppina del Napo (Ecuador), due in Guinea Bissau e due negli Stati Uniti d’America.

Come si vede, l’accettazione delle parrocchie è una costante del Novecento e sembra mantenersi anche in questo avvio del XXI secolo: a volte per venire incontro alle richieste dei vescovi, altre volte per avere un campo di apostolato in qualche regione o nazione, altre volte ancora per seguire il «genio» pastorale dei confratelli. Non sempre è facile, in una parrocchia, mantenere l’attenzione privilegiata verso i giovani, specialmente poveri e abbandonati, verso i ceti popolari e il mondo del lavoro. Talvolta i superiori hanno avviato delle stimolanti riflessioni in tal senso. Lo ha fatto, ad esempio, p. Paolo Mietto nel 1984, con la già citata lettera ai confratelli impegnati nelle parrocchie (Nella parrocchia giuseppina nessun ragazzo senza famiglia). E del resto, a delineare le priorità della pastorale parrocchiale giuseppina rimane come punto di  riferimento il fatto che le parrocchie della congregazione, per quanto possibile, «devono essere situate in zone popolari che offrono un adeguato campo di servizio alla gioventù più bisognosa» (Origine e carisma, n. XX).

 

 

19. Centri diurni e centri aperti

 

Nell’attività educativa dei Giuseppini e dei laici che condividono il loro apostolato, gli anni Ottanta del Novecento sono stati caratterizzati dal sorgere di parecchie case famiglia. Il fenomeno si è andato assestando e anche ridimensionando negli anni Novanta che hanno visto piuttosto la diffusione di nuove modalità di intervento: i centri diurni e i centri aperti.

A dire il vero, iniziative del genere erano sorte anche prima, seppur con nomi diversi, e affondavano le loro radici nei vecchi doposcuola che accompagnavano i ragazzi nell’attività pomeridiana del «fare i compiti» per il giorno dopo. Penso ad esempio a Caxias do Sul, in Brasile, dove un’opera classificabile sotto il titolo attuale di centro diurno era sorta alla fine degli anni Settanta. Ancora oggi questo centro, come vari altri in Brasile, accoglie i ragazzi dalla mattina al tardo pomeriggio, offrendo loro aiuto scolastico, attività formative e ricreative, refezione, servizi medici e psicologici («Lettere Giuseppine», [1997], n. 1, p. 23).

Un’attività di questo tipo si qualificherebbe, in Italia, con il nome di centro diurno, mentre il centro aperto riveste modalità di maggiore flessibilità, in quanto viene incontro a ragazzi che, pur bisognosi di accompagnamento in certe ore della giornata, hanno tuttavia anche altri punti di riferimento più o meno stabili ed efficaci, come la scuola e la famiglia.

Non solo in Brasile, ma in tante altre nazioni, i Giuseppini si sono fatti promotori di simili iniziative nel corso degli ultimi anni: 1987 (Madrid); 1988 (Araranguà, Brasile); 1991 (Viterbo); 1993 (San Giuseppe Vesuviano); 1994 (Azuqueca de Henares, Spagna); 1995 (Rosario de la Frontera, Argentina); 1996 (Ana Rech, Brasile; Quito, Ecuador); 1997 (Sigüenza, Spagna; Torino Artigianelli; Milano); 1998 (Aguascalientes, Messico; Napoli; Torino, parrocchia della Salute); 1999 (Belém e Porto Alegre in Brasile; Foggia; Getafe, in Spagna; Vicenza); 2000 (Cefalù, Padova, Requinoa e Valparaiso in Cile); 2003 (Città del Messico); 2004 (Hermosillo, in Messico; Rossano Calabro); 2005 (Ibotirama, in Brasile; Buenos Aires); 2007 (Roman, in Romania).

In Sudamerica parecchi di questi centri si preoccupano anche dell’avviamento al lavoro. Interessante è l’esperienza denominata «Su cambio por el cambio», a Quito, capitale dell’Ecuador. Il nome indica un’iniziativa molto popolare: si invita la gente a dare il «resto» (cambio) della spesa per aiutare a «cambiare» la società affrontando e anzi prevenendo il problema dei ragazzi di strada. I fondi raccolti servono a finanziare iniziative sportive, educative, di recupero scolastico e di avviamento al lavoro.

In Italia i centri diurni accompagnano i ragazzi inviati dal servizio sociale che supervisiona e finanzia il progetto, mentre nei centri aperti i servizi sociali non sono presenti con attività personalizzate, pur sovvenzionando in certi casi l’insieme delle attività. In genere si parte dal sostegno scolastico, il più possibile individualizzato (un adulto ogni due o tre ragazzi), per arrivare poi a farsi carico degli altri problemi che ostacolano la normale crescita educativa dei minori. Oltre all’aiuto nei compiti e nelle lezioni (con tutto il corollario del dialogo con gli insegnanti), si offrono momenti di animazione, di gioco, di laboratorio, di formazione spirituale. Quasi sempre i centri diurni forniscono anche il pranzo. Qualche volta invece, ma si tratta di casi più rari, i centri diurni hanno solo orario pomeridiano, tuttavia sempre con ragazzi assegnati dai servizi sociali. Nel 2008 in Italia la congregazione sosteneva 12 centri diurni che seguivano circa 230 minori e 8 centri aperti che coinvolgevano circa 320 ragazzi e ragazze.

 

 

20. Nuovo slancio missionario

 

Fino agli anni Sessanta, la congregazione aveva toccato il suolo di sette nazioni, oltre all’Italia. Le presenze all’estero, non molto diversificate, erano però caratterizzate dal tentativo di impiantare varie comunità nelle nazioni in cui si lavorava ed erano contemporaneamente accompagnate dalla consapevolezza di dover sostenere in forma precipua la missione del Napo.

Si può dire che dalla fine degli anni Settanta sia cambiata la strategia della congregazione: si cominciò a puntare verso una maggiore diversificazione delle presenze, per rispondere al desiderio di missionarietà espresso da molti confratelli e da numerosi laici che gravitavano attorno ai Giuseppini, e anche per cercare nuovi «sbocchi» vocazionali in altre nazioni. Le «aperture» degli anni Ottanta e Novanta sono il segno di un nuovo dinamismo che non scaturiva soltanto dal governo centrale della congregazione, ma anche e prima ancora dalle realtà periferiche, cioè dalle province.

Ecco allora i Giuseppini del Veneto partire verso la Sierra Leone (1979), come si è già detto, e quelli della provincia piemontese verso la Guinea Bissau (1984). Nel frattempo la provincia ecuadoriana aveva cercato una propria espansione a Bogotà, in Colombia (1983).

Il XVIII Capitolo Generale (Viterbo, 1988), pur percorso da vari temi, registrava e sosteneva anche questo nuovo slancio missionario.

In quel Capitolo emergeva vistosamente il tema della «comunione con i laici, partecipi dell’unica missione». Era un cambiamento di prospettiva: da collaboratori, i laici diventavano partecipi della missione apostolica dei giuseppini (Deliberazioni, 2).

E’ chiaro che il concetto di «collaboratore» rimaneva ancora, ma, sotto la parola, si stava facendo strada la nuova visione. Si affermava che la vocazione giuseppina, cioè il carisma, offriva ai laici «una tensione profetica, sia personale che comunitaria, verso i tempi ultimi [e] un carisma spirituale e apostolico, [insieme] ad una tradizione educativa consolidata» (2.2). La presenza dei laici era considerata un «elemento stimolante» per le comunità e «costitutivo» per le opere (2.3), mentre si chiedeva che si diffondesse «lo stile della partecipazione nell’elaborazione, nella gestione, nella verifica dei progetti apostolici» (2.3).

Il Capitolo si preoccupava di assicurare ai laici «itinerari formativi attorno ai temi del carisma giuseppino, della spiritualità dei laici e a quelli più tipicamente laicali, come impegno sociale e politico, vita familiare, mondo del lavoro e dell’educazione, ecc.». Si parlava anche di eventuali forme di consacrazione laicale e di assunzione di responsabilità «nella conduzione di attività, specie educative e di assistenza», nel quadro di una «nuova e diffusa vocazionalità» (2.4). La conseguenza era la richiesta che anche i confratelli si formassero al rapporto e alla collaborazione con i laici (2.5).

I giuseppini, descritti come «apostoli fra i giovani specialmente poveri» (3), erano invitati, comunitariamente, «ad entrare nei luoghi di aggregazione giovanile, preoccupandosi sempre di più delle realtà a rischio» e a sensibilizzare i giovani «a forme di volontariato, di cooperazione, di servizio civile e di obiezione di coscienza agli orientamenti antievangelici delle leggi e della società» (3.2.1).

L’impegno, per il sessennio, era quello di rinnovare «la scelta prioritaria dei giovani poveri e abbandonati», con una sottolineatura nuova, quella dell’interazione con le altre forze pastorali, educative e sociali operanti sul territorio, andando oltre il puro assistenzialismo e mettendosi «in ascolto delle forme sempre nuove di povertà [...:] ragazzi di strada, di periferia, di borgata popolare, [...] o di fenomeni quali l’immigrazione, l’inadeguatezza delle strutture scolastiche, la crisi della famiglia, la cultura della droga e delle bande giovanili, ecc.» (3.4).

Si riaffermava, infine, l’importanza di una nostra presenza «attenta, coraggiosa e culturalmente approfondita nel mondo del lavoro» (3.5) e si invitava ad una maggiore sensibilità nei confronti dei problemi del Terzo e del Quarto Mondo (3.7).

 

 

21. Poveri materialmente, socialmente e moralmente

 

La riscoperta del carisma del Murialdo, operata a partire dagli anni Sessanta e culminata nella proclamazione della sua santità nel 1970 nonché nella stesura della Regola del 1984, aveva originato un certo dibattito sulle opere apostoliche tenute dalla congregazione e sui criteri da seguire nell’aprirne di nuove. Il tema fu affrontato anche in varie riunioni del Centro Storico dei Giuseppini del Murialdo, che era stato costituito tra il 1982 e il 1983. Ne scaturì un documento intitolato Carisma apostolico affidato alla Congregazione che contribuì a dipanare la questione e a orientare il cammino successivo.

«Appare chiaramente fin dai primi documenti della congregazione [...] che il nostro campo di apostolato, dapprima esclusivo, poi precipuo o preferenziale, è l’educazione dei giovani poveri, abbandonati, o bisognosi di emendazione.

Anche nei commenti del Reffo e del Murialdo stesso, i referenti del nostro apostolato sono sempre principalmente:

- i giovani poveri e abbandonati, cioè poveri materialmente e socialmente, oppure

- i giovani bisognosi di aiuto e di cristiana educazione (per prevenire) o bisognosi di emendazione (per recuperare); cioè i giovani poveri moralmente: quelli che, indipendentemente dalla condizione sociale o familiare, sono, secondo la terminologia del tempo, già discoli o in pericolo di esserlo» ([Centro Storico Giuseppini del Murialdo], Carisma apostolico affidato alla Congregazione, in «Lettere Giuseppine» [1993], n. 7, p. 170).

Al centro insomma c’erano i giovani, soprattutto se poveri e abbandonati. Lo avrebbe ribadito il XIX Capitolo Generale, celebrato a Viterbo nel 1994. Le idee portanti risultarono quella della «rinascita», in una vita ricca di trascendenza e sinceramente fraterna, quella della Famiglia del Murialdo, quella del «giovane al centro».

La congregazione scopriva la bellezza della condivisione del carisma spirituale e apostolico «con altri fratelli e sorelle» (le Murialdine, l’Istituto secolare, i Laici del Murialdo, i collaboratori, i giovani stessi...), cioè con quell’insieme più vasto che lo stesso Capitolo definiva come «Famiglia del Murialdo» (3; 3.2; 3.3.3). I laici non erano soltanto i «destinatari della nostra pastorale» (3.1), ma diventavano responsabili anch’essi della custodia, della trasmissione e dell’incarnazione del carisma. La vocazione cristiana si vive in modi diversi, ma con un legame che «ci costituisce in Famiglia del Murialdo» con tutti coloro che hanno ricevuto, insieme con noi, il dono dato da Dio al nostro fondatore». Proprio per questo i capitolari affermavano la consapevolezza di avere molto da ricevere anche dai laici (3.2 e 3.3.1).

Prendeva avvio dunque il discorso di «formazione mutua dei laici e dei confratelli chiamati a collaborare con loro» (3.3.2).

Si sosteneva anche che «attraverso i Laici del Murialdo [...] il carisma del fondatore può ritrovare aspetti non adeguatamente sviluppati (presenza nel sociale, nel politico, nei mezzi di comunicazione, nella cooperazione) e scoprire nuovi campi di presenza» (3.3.3).

L’altra idea portante era quella del «giovane al centro». Il Capitolo riconosceva che l’identità giuseppina «si esprime necessariamente nella dimensione apostolica, e precisamente nella dedizione ai giovani poveri, abbandonati e maggiormente bisognosi di aiuto e di cristiana educazione. Riaffermiamo quindi, scrivevano i capitolari, la centralità del giovane, specialmente povero, nel nostro impegno apostolico personale e comunitario» (4.2.1). Si ribadiva inoltre che non si trattava soltanto di un impegno di carattere socio-assistenziale, ma di un apostolato in vista della salvezza dei giovani (ne perdantur).  Seguiva poi una lunga lista di scelte ed impegni, proprio per «ricollocare i giovani al centro della nostra missione» (4.2.2 e 4.2.3).

La centralità del giovane compariva anche tra le scelte metodologiche evidenziate due anni dopo dal documento elaborato dal Gruppo Centrale di Pastorale Giuseppina ed intitolato Linee di pastorale giuseppina (1996).

 

 

22. Apertura a nuove nazioni e partecipazione del carisma

 

Il XX Capitolo Generale (Torino, 2000) veniva celebrato nel contesto del Giubileo della Redenzione e nel centesimo anniversario della morte di san Leonardo Murialdo. Negli anni che lo avevano preceduto (tra il 1997 e il 1999), le comunità giuseppine della Sierra Leone avevano conosciuto gli orrori della guerra, la distruzione delle opere e la rischiosa prigionia di vari confratelli, mentre anche la Guinea Bissau veniva insanguinata da violenti e prolungati scontri tra ribelli e truppe governative. Nonostante queste prove, e talvolta a causa di esse, la congregazione aveva continuato ad aprirsi ad altre nazioni: Messico (1990), Albania (1994), India e Romania (1998), Ghana (1999). Il carisma del Murialdo raggiungeva nuovi orizzonti e interagiva con sempre nuove popolazioni e nuove culture. Nel contempo si sviluppava l’ENGIM-ONG per sostenere i progetti di aiuto ai paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli in cui è presente la congregazione.

Il tema del XX Capitolo (In comunione con Cristo e con i fratelli per le strade del vangelo incontro ai giovani del mondo) era incentrato sulla spiritualità della relazione.

Il Capitolo riconosceva che in congregazione stava diventando importante «il tema della Famiglia del Murialdo, come nuova realtà in cui si dilata e si arricchisce il carisma spirituale e apostolico del fondatore» (48). I giuseppini passavano «dalla pretesa di essere unici depositari del carisma alla convinzione che la sua ricchezza si esprime oggi sempre più pienamente nella Famiglia del Murialdo» e «da un carisma compreso solo all’interno della vita consacrata all’accoglienza della sua espressione anche in situazioni di secolarità», con la disponibilità a cammini di formazione reciproca tra religiosi e laici. Da «esecutori», i laici diventavano «compagni di viaggio pienamente responsabili con noi della missione» (52-55).

Il Capitolo, pur riconoscendo che in alcune realtà di congregazione si riscontrava ancora una scarsa attenzione verso i giovani poveri, constatava che nella maggioranza dei casi era maturata la sensibilità ed era aumentato l’impegno (63).

Circa i giovani, si ribadiva la vocazione ad essere «educatori del cuore», con atteggiamenti di benevolenza e di fiducia (70), cercando di passare da una relazione centrata sul ruolo ad una condivisione di vita, nello stile della compagnia e della vicinanza umana e spirituale (72).

Si notava infine la crescita verso la sensibilità missionaria e si domandava alla congregazione di realizzare interventi apostolici «là dove vivono i giovani poveri» (78; 83) e di mettersi in atteggiamento di «ascolto del grido dei poveri, degli emarginati e degli esclusi» (88), avviando «in favore degli ultimi iniziative-segno che abbiano carattere esemplare e siano facilmente riproducibili» (95).

 

 

23. Un sogno condiviso

 

Le principali attenzioni degli ultimi Capitoli Generali (la spiritualità, i giovani poveri, la vita fraterna, la condivisione del carisma, la capacità di calde relazioni umane, l’apertura ai tempi e al territorio) trovavano la loro sintesi nel «sogno» del XXI Capitolo Generale, quello celebrato a Fazenda Souza nel 2006, il primo che abbia avuto luogo fuori dell’Italia: «Con lo sguardo rivolto a Gesù e ai giovani poveri, camminiamo gioiosamente come fratelli, in una comunione di vocazioni, ricca di misericordia e di tenerezza, aperta profeticamente alle sfide territoriali e culturali».

Il Capitolo, dai toni un po’ misticamente ispirati, affermava: «vivere la compassione di Dio per l’uomo vuol essere la nostra profezia nel mondo di oggi. [...] Lo sguardo di Dio amore su di noi, come frutto dell’incontro intimo con lui, genera la gioia di sentirci amati sempre e in ogni vicenda. Una spiritualità gioiosa produce [...] la capacità di vedere e valorizzare il bello ovunque e in ciascuna persona, ascoltando e portando a Dio il grido del giovane povero» (1.1.1).

La spiritualità, vissuta come stile evangelico di vita, si manifesta anche in relazioni fraterne e nell’opzione concreta per i giovani poveri, affinché non si perdano (ne perdantur) (1.2.2).

Si valorizzava dunque la linea di una spiritualità che entra nella vita e nell’azione apostolica: «la nostra spiritualità ci chiama ad incarnare l’oggi evangelico di Cristo nel tenere fissi occhi e cuore sui giovani poveri, sollecitati a dare nuove risposte e riappropriandoci della sfida educativa con e per i giovani stessi» (1.2.4). Tutto questo coniugato con una maggiore e più visibile povertà, in uno stile di vita sobrio e laborioso (1.2.5).

Dalla spiritualità alla vita e dalla vita alla spiritualità: «siamo chiamati ad ascoltare con sempre maggior attenzione le voci dei giovani più poveri, sapendo che, ponendoci al loro servizio, potremo, insieme, scoprire il volto di Dio» (2.1).

Con lo sguardo rivolto a tutta la congregazione in tutte le sue latitudini, i capitolari affermavano: «con gioia constatiamo che sono in atto esperienze molto arricchenti, dove la stessa comunità/opera vive l’azione pastorale con una disponibilità a ripensarsi oltre l’opera, a mettere in primo piano gli ultimi, a lavorare in rete e in rapporto con il territorio, a discernere le nuove frontiere dell’evangelizzazione, a cogliere le sfide delle altre religiosi, dell’interculturalità e della globalizzazione da cui provengono le istanze di rinnovamento. Riconosciamo l’esperienza di tanti confratelli e laici che sono impegnati nell’individuare, conoscere e accogliere i giovani più poveri e bisognosi nel loro territorio» (2.2.1).

Ritornava, nel testo del Capitolo, un’indicazione già espressa ai tempi del Murialdo: «Dove, per diversi motivi [le nostre opere] non sono “abitate” in prevalenza dai giovani più poveri, ci orientiamo verso l’apertura di spazi, la maturazione di cammini, di itinerari ed esperienze per un servizio solidale con i poveri. In questo senso anche il fenomeno dei migranti si rivela come una fortissima possibilità di servizio carismatico che non dobbiamo disattendere» (2.2.3). Si incoraggiava poi l’impegno dei confratelli e dei laici nei territori di missione, insieme all’«apertura di nuovi fronti di evangelizzazione e promozione umana in paesi poveri del mondo e nelle periferie dei grandi centri urbani» (2.2.4).

Naturalmente queste riflessioni erano accompagnate da altre tematiche, come quelle della formazione continua, la comunione delle vocazioni nella Famiglia del Murialdo, l’apertura alle sfide del territorio e della cultura...

Il tragitto compiuto, le suggestioni maturate e le realtà che ne erano scaturite  (come quella della Famiglia del Murialdo) confluivano infine nel nuovo testo della Regola (2007), che nella sostanza carismatica riprendeva quello del 1984, ma recepiva le modifiche apportate dai Capitoli generali del 1994 e del 2000, insieme a quelle derivate dall’accurata revisione che ne era seguita, approvata dal Capitolo del 2006.

 

 

24. Le Murialdine di San Giuseppe[1]

 

P. Luigi Casaril, fondatore della congregazione delle Suore Murialdine di San Giuseppe, in occasione dell’approvazione pontificia (1973), scrive queste parole che sono rimaste sempre, e per tutte le consorelle, come l’ideale ispiratore dell’apostolato: «La vostra Congrega­zione è nata tra i poveri e per i poveri, si è  svolta tra loro e per loro, per que­sto la Divina Provvidenza vi ha benedette, appro­vate, lo­date. Restate fedeli a questo spirito nel quale ri­siede la vostra forza, il vostro van­to, il vo­stro av­venire. Sull’esempio del Murialdo, gloriatevi di servire i po­veri»[2].

In questa relazione vogliamo fare una panoramica di come la congregazione si è mantenuta fedele a questa esortazione, per cui daremo una visione della realtà, attraverso il tempo e nelle nazioni in cui siamo presenti.

 

24.1 Italia

La fondazione è stata preceduta da cinque anni di esperimento (1948-1953) per cui le prime consorelle vivevano nella comunità di Torino (Via Villar, n. 16) accogliendo circa 300 bambine e ragazze povere per il doposcuola e attività di oratorio e alla sera le giovani operaie che, nel tempo libero dal lavoro in fabbrica, volevano imparare a cucire, ricamare, oppure esercitarsi nella dattilografia.

La gioventù allora era molto numerosa e le prime Murialdine avevano costituito l’Associazione del «Patrocinio di San Giuseppe» con lo scopo di dare formazione umana e cristiana alle giovani povere e bisognose.

Nella prima edizione delle Costituzioni (anno 1953), come pure nella seconda edizione (anno 1964), nel capitolo I: «Natura della Congregazione» si legge: «Il fine speciale della congregazione delle Suore Murialdine di San Giuseppe è la cristiana educazione delle bambine e delle giovani, specialmente se povere e bisognose di emendamento, e la penetrazione nella famiglia per conservarla o ricondurla alla sottomissione a Dio e alla Chiesa e alla virtù cristiana in tutte le manifestazioni sociali, morali, di pietà e di carità» (art. 2).

Le Costituzioni specificano le modalità per conseguire questo «fine speciale» attraverso: scuole materne ed elementari, scuole professionali, collegi, orfanotrofi, riformatori, oratori, patronati, parrocchie e missioni.

Dopo la fondazione ufficiale avvenuta a Rivoli (Torino) il 22 settembre 1953, le Murialdine hanno continuato ad occuparsi della gioventù povera e delle famiglie attraverso la scuola materna (Borgo Sabotino, Bronzola, Vattaro, Foggia), orfanotrofi (Ottaviano, Montecchio Maggiore), pastorale parrocchiale (soprattutto catechesi e attività di oratorio) con speciale attenzione alla gioventù e alle famiglie (Rivoli, Mirano, San Giuseppe Vesuviano, Vattaro, Ottaviano, Montecchio Maggiore, Venezia, Foggia, Roma, Torino).

La Regoladi Vita, rinnovata in seguito al Concilio Vaticano II (Capitolo Generale speciale del 1969), è stata approvata definitivamente dalla Santa Sede nel 1982 e aggiornata nel 2005 con i cambiamenti apportati negli anni dai vari Capitoli Generali.

Riportiamo alcuni articoli della Regola di Vita attuale:

«Fedeli al carisma che il Signore ha donato alla congregazione, noi Murialdine testimoniamo davanti agli uomini la predilezione di Cristo per i fanciulli e i poveri[3]e, facendo nostra la sollecitudine della Chiesa, consacriamo il nostro impegno pastorale e il nostro servizio alla gioventù e famiglie, specialmente più povere»[4].

«Nella nostra missione di educatrici a favore dell’infanzia e gioventù, noi Murialdine ci impegniamo a promuovere la formazione intellettuale, professionale, sociale e cristiana che  porta alla maturazione della personalità affinché i giovani possano affrontare con responsabilità il loro avvenire»[5].

Nella nostra Regola di Vita, conformemente allo stile del Mu­rialdo, troviamo la scelta preferenziale per i poveri che suppone un at­teggiamento spirituale ed evangelico di condivisione e di accoglienza.

P. Luigi Casaril, nei suoi scritti, ci invita continuamente ad essere «attente ai segni dei tempi»[6]per esprimere nell’oggi il carisma del Mu­rialdo. Per questo «la nostra Congregazione, nella testimonianza di cia­scuna di noi, intende presentare ogni giorno Cristo che acco­glie e bene­dice i fanciulli, annun­cia il regno ai poveri, fa del bene a tutti. [...] [Essa] ri­volge la sua azione apo­stolica in particolare alla gioventù e alle famiglie più bisognose di es­sere amate ed evangelizzate»[7].

La finalità dell’educazione, nel Murialdo, è la salvezza (ne per­dantur) perché l’incontro con Dio dà senso pieno alla vita dell’uomo. Tutta la sua attività è attraversata dalla preoccupazione religiosa, ma nel medesimo tempo, il Murialdo si fa carico di tutta la vita dei ragazzi (bisogno di pane, di gioco, di lavoro, di relazioni affettive significative, di istruzione). Egli parla ai ragazzi dell’amore di Dio e ne fa fare a loro l’esperienza accogliendoli e amandoli.

L’insistenza del Murialdo per una ben unita famiglia ci fa capire che l’azione educativaè un fatto di comunità[8], che il tipo di relazione che si instaura ha grande importanza educativa e che è necessario stare con i fanciulli, adolescenti e giovani, con amicizia, cordialità, dolcezza, come «amiche, sorelle e madri»[9].

Siamo chiamate a stabilire un rapporto di fiducia e correspon­sabilità, credendo nei fanciulli, adolescenti e giovani a noi affidati, anche nei più difficili, sapendo cogliere il potenziale positivo che è in ciascuno, poiché sono «soggetto» di educazione e protagonisti della propria cre­scita[10].

Il Murialdo ci insegna a collaborare con i laici e la Regoladi Vita ci ricorda che possiamo svolgere l’apostolato «in opere proprie o inse­ren­doci in organismi già esistenti»[11].

Come per il Murialdo l’esperienza dell’incontro con Cristo ha orientato la sua vita verso i giovani poveri dandogli la capacità di ricono­scerlo nel volto di ciascuno, così per noi il lavoro apostolico è palestra di santificazione.

Il legame inscindibile tra fede e attenzione alle esigenze della persona nel campo educativo e formativo diventa attenzione amorevole verso i fanciulli, giovani e famiglie povere, e porta a considerare sempre possi­bile una loro crescita umana e cristiana, verso una vita vissuta in pie­nezza. Come Murialdine, siamo inoltre chiamate ad avere un’attenzione privilegiata verso chi è più povero, chi è meno dotato, chi è in difficoltà, perché questi possano percorrere il cammino che li porta all’incontro con Cristo.

Papa Giovanni Paolo II, nell’esortazione apostolica Vita con­secrata, afferma che «le donne consacrate sono chiamate in modo tutto speciale ad essere, attraverso la loro dedizione vissuta in pienezza e con gioia, un segno della tenerezza di Dio verso il ge­nere umano e una testimonianza particolare nel mistero della Chiesa che è vergine, sposa e madre»[12]; ci sentiamo perciò chiamate, consacrate e inviate da Dio per una particolare missione nella Chiesa.

Consapevoli e grate al Signore per questo dono, noi Murialdine esprimiamo la nostra identità nella dimensione apostolica, che per noi diventa autentica strada di santificazione, e, «fedeli al carisma che il Signore ha donato alla Congregazione»[13], dedichiamo la nostra vita all’«educazione e salvezza della gioventù, specialmente povera e biso­gnosa di essere amata ed evangelizzata, e all’apostolato nelle famiglie»[14].

Riaffermiamo quindi il nostro impegno apostolico consapevoli che siamo chiamate ad approfondire la missione che ci è stata affidata attuandola con gioia e a fare scelte significative, coraggiose e profetiche, in conformità al carisma.

 

 

24.2 Brasile

Fase iniziale: dal 1954 al 1970

Una panoramica generale dell’attività apostolica delle Murialdine nei loro inizi in Brasile rende visibile la scelta preferenziale per i poveri.

Fazenda Souza (zona rurale del comune di Caxias do Sul) è caratterizzata da grande povertà e le prime Murialdine, iniziando la congregazione in Brasile (anno 1954), aprono la scuola elementare «Santa Maria Goretti» per i figli degli agricoltori della zona, con un’estrema povertà di mezzi.

Alcune consorelle vengono poi designate a collaborare nel servizio di cucina, pulizia della casa e guardaroba nel Collegio «Abrigo de Menores» dei Giuseppini nell’area urbana di Caxias do Sul. Da lì, nel vicino quartiere Madureira, danno inizio ad un’altra scuola per i figli degli operai, molto poveri.

Il fenomeno urbano delle favelas si accentua maggiormente nella decade degli anni ’70 e nella città di Porto Alegre le consorelle assumono due importanti opere di promozione umana e cristiana di bambini e ragazzi a rischio: il Centro di Promozione del Minore e la scuola professionale nel Bairro Cidade de Deus in collaborazione con la Caritas Regionale; il centro Infanto Juvenil Monteiro Lobato per bambine povere a Vila Restinga.

Inoltre le consorelle aprono una comunità a Maringà, nello stato del Paranà, con un’opera assistenziale (internato): Lar Escola da Criança[15].

 

Fase attuale: a partire dagli anni ’80

Circostanze varie hanno determinato il trasferimento della scuola Santa Maria Goretti verso la zona urbana di Caxias do Sul, in quello che è oggi il popoloso quartiere Madureira. Si è aperto inoltre un Centro Educativo Diurno per bambini e ragazzi in situazione di rischio nel vicino Bairro «Primero de Maio».

Nel 1978 nasce un’opera intercongregazionale della quale le Murialdine hanno la direzione: il Centro di Promozione del Minore di Santa Fé, in una delle favelas più emarginate della città di Caxias do Sul. Ancora oggi quest’opera offre il servizio di Centro Educativo per più di cinquecento tra ragazzi e ragazze poveri e abbandonati.

Nell’aerea metropolitana del capoluogo (Porto Alegre), le consorelle non operano più nel Centro Educativo della Caritas Regionale di Cidade de Deus. Recentemente hanno aperto un programma di bio-energetica (cura della salute) per la popolazione povera. Continua invece il Centro Educativo Monteiro Lobato a Vila Restinga con estensione alla zona di Vila Bita, una quartiere marginale limitrofo.

A Londrina (Paranà) le consorelle collaborano con i Giuseppini nell’EPESMEL, con un servizio di educazione, cucina e altri programmi sociali.

A Maringà, l’opera continua con il centro Educativo Lar Escola da Criança che ha ottenuto più volte il riconoscimento locale e nazionale per la qualità del servizio prestato a circa 350 bambini e ragazzi emarginati della regione.

Le consorelle, inoltre, hanno accettato un servizio di pastorale richiesto dal Vescovo di Maringà per un’opera parrocchiale a Presidente Castelo Branco, zona rurale la cui popolazione è costituita nella maggioranza da boias–frias[16].

Nel 2002 viene aperta una comunità a Xique-Xique nella regione del Sertão de Bahia, regione Nord Est, per assumere la pastorale del minore, su richiesta del vescovo di Barra. Le consorelle gestiscono un centro diurno per l’educazione e l’evangelizzazione di oltre duecento ragazzi e giovani poveri e delle loro famiglie.

 

24.3 Ecuador

Fase iniziale: anni ’60

In fedeltà al carisma apostolico della congregazione, la delegazione di Ecuador si orienta, fin dal suo inizio (anno 1960), verso tre settori:

1) collaborazione con la Missione Giuseppina del Napo attraverso la scuola per i  bambini e ragazzi indigeni dell’Oriente; direzione e servizio medico-infermieristico dell’ospedale di Santa Clara;

2) apertura di due scuole popolari nell’area urbana di San Rafael e a Guayaquil;

3) apertura della casa famiglia «Hogar Santa Marianita» ad Ambato per i bambini abbandonati.

 

Fase attuale: a partire dagli anni ’90

La delegazione equatoriana si qualifica per l’insegnamento in tre scuole popolari (scuola materna, elementare, media inferiore e liceo): a Santa Clara (circa 700 alunni); a Guayaquil (1500 alunne); a San Rafael (600 alunni).

L’ospedale continua sotto la direzione di madre Guillermina Gavilanes, dottoressa. Poco distante da Santa Clara si trova la comunità di Arosemena Tola dove le consorelle svolgono un servizio di pastorale parrocchiale missionaria e danno impulso ad un progetto di promozione della donna indigena.

Nell’anno 2000 la delegazione apre una nuova missione a La Manà (diocesi di Cotopaxi) con servizio di evangelizzazione in collaborazione con le parrocchie dell’area urbana e dell’area rurale. La popolazione è costituita per la maggior parte di manovali addetti alle piantagioni di banane.

La novità degli ultimi dieci anni è dovuta ad una iniziativa di avanguardia verso i più poveri: ragazzi, adolescenti, giovani della strada della città di Ambato. Nel 1997 le consorelle danno inizio al «Progetto Don Bosco» che nella sua prima fase avvicina i ragazzi della strada ed offre il servizio della mensa e alfabetizzazione. Consorelle ed educatori  hanno come ambiente apostolico le strade della città, il mercato, le fermate degli autobus, la stazione centrale e qualunque ambiente frequentato dai ragazzi emarginati. Nel 2002 è iniziata la seconda fase con laboratori e officine perché i ragazzi possano imparare un lavoro. L’opera offre anche un ambiente chiamato «dormitorio transitorio» a quei ragazzi e giovani che non hanno famiglia, conducendoli gradualmente ad un’autonomia di vita.

Dall’anno 2000 anche la comunità di San Rafael apre uno spazio educativo per bambini e ragazzi della strada, orfani, poveri, abbandonati. Inizia quindi il «Progetto S. Leonardo Murialdo» che accoglie 25 minori in regime di internato e oltre 60 come centro diurno.

 

 

24.4 Cile

 

A partire dal 1974

L’azione apostolica delle Murialdine in Cile, fin dall’inizio (1974), è rivolta alle scuole popolari. La prima sorge a La Reina per i bambini e ragazzi della periferia di Santiago e soprattutto della popolazione povera della cordigliera delle Ande. La scuola mantiene anche il servizio della mensa. Nella decade 1980-1990 si apre un internato per bambine e ragazze orfane e abbandonate che hanno la possibilità di frequentare la scuola delle consorelle.

A Quillota le consorelle gestiscono la scuola elementare parrocchiale per bambini poveri  «Sagrado Corazon» che nel 2006 si trasferisce nella città di Calera.

Nel 1986 le consorelle a Valparaiso aprono un C.A.D. (centro diurno) per i ragazzi emarginati di Rodelillo (zona malfamata e violenta), ma con la riforma scolastica l’educazione nella scuola dell’obbligo viene prolungata a tempo pieno, così il C.A.D. si trasforma in una scuola elementare e media per gli stessi bambini e ragazzi della zona.

 

 

 

24.5 Argentina

L’opera, iniziata nel 1996, ha tre progetti sociali: il «Centro Educativo Leonardo Murialdo» e il «Jardin Maternal Emmanuel» (asilo nido e scuola materna): istituzioni situate nella periferia di Mendoza a Villa Nueva, Guaymallén; il «Jardin Maternal Angel Custodio» invece è ubicato a Villa Marini di Godoy Cruz.

Le tre istituzioni lavorano con popolazione povera, situata nel quartiere e nei borghi limitrofi. Sono frequentate da bambini e bambine, ragazzi e ragazze i cui genitori sono disoccupati o operai stagionali.

In particolare il «Centro Educativo Leonardo Murialdo» accoglie 150 ragazzi tra 5 e 18 anni, con proposte formative adeguate all’età, seguendo sempre le linee dell’educazione integrale e dando opportunità di formazione, alimentazione, gioco,  doposcuola, ricreazione, sport, apprendimento lavorativo.

I due «Jardines Maternales» accolgono circa 200 bambini dai 2 ai 4 anni. Si realizza, inoltre, un intenso lavoro apostolico con le famiglie.

 

24.6 Messico

La fondazione dell’opera di Città del Messico risale al 1998: fin dall’inizio si è aperto il «Centro Educativo Leonardo Murialdo» che accoglie ogni giorno 200 bambini e ragazzi poveri e realizza un lavoro di promozione della donne (mamme dei bambini che frequentano in centro) che sono state abbandonate dai propri mariti e vivono in condizione di miseria ed emarginazione.

Il servizio del Centro Educativo riguarda la formazione umana e cristiana, il doposcuola, attività educative, ricreative, sportive ed artistiche.

Sempre in fedeltà al carisma a favore dei ragazzi poveri e alle famiglie, le consorelle animano una missione in Chiapas, zona indigena, donando il loro servizio di evangelizzazione in collaborazione con i missionari del luogo, nel periodo di Pasqua e nelle vacanze estive. Insieme alle consorelle partecipano a questa missione i giovani del gruppo parrocchiale.

Nel 2008 si è aperta la seconda comunità murialdina in Messico nella città di Aguascalientes con finalità formativa. Le consorelle e le formande si dedicano ad attività parrocchiali, alla pastorale sociale e all’evangelizzazione dei giovani e delle famiglie povere, nella parrocchia dei Giuseppini.

 

 

25. Il cammino dei laici e dell’Istituto Secolare «San Murialdo»

 

Il percorso storico fin qui delineato, costituito da idee e da realizzazioni concrete, ha più volte messo in evidenza l’evoluzione verso una maggiore partecipazione dei laici al carisma vissuto dai religiosi giuseppini, anzi ha portato alla consapevolezza di un carisma appartenente non solo ad una congregazione, ma a tutta la Famiglia che si ispira al suo fondatore. E’ quindi opportuno, a questo punto, uno sguardo di sintesi proprio su questo, a partire dalla tematica specifica del servizio ai giovani poveri.

Il punto di arrivo del cammino è costituito, per ora, dagli articoli 40-43 del Direttorio, che fa parte della Regola del 2007.

Eccone il testo: «La ricchezza del carisma del Murialdo si manifesta in pienezza quando si concretizza nei diversi modi di vivere la vita cristiana e fa maturare una comunione di vocazioni. I confratelli sentono un vincolo spirituale che li costituisce in Famiglia del Murialdo con tutti coloro che, pur in stati di vita diversi, hanno ricevuto, insieme con loro, il dono dato da Dio al Fondatore (art. 40).

I confratelli, considerandosi i primi depositari di un carisma che è dono dello Spirito alla Chiesa per l’utilità comune, alla luce dell’ecclesiologia di comunione sentono rafforzata la loro identità all’interno della più vasta realtà spirituale denominata Famiglia del Murialdo in cui si dilata il carisma del Fondatore (art. 41).

La congregazione riconosce soprattutto nella congregazione sorella delle Suore Murialdine di san Giuseppe, anch’esse impegnate nella missione apostolica affidata da san Leonardo ai suoi discepoli, una testimonianza del suo spirito nella Chiesa. [...] Siano aperti alla mutua collaborazione nella pastorale giovanile-vocazionale, nella formazione e nelle attività di apostolato (art. 42).

Nell’ambito della Famiglia del Murialdo acquistano particolare significato le aggregazioni di persone consacrate o le associazioni di fedeli laici che si ispirano a san Leonardo. La congregazione, consapevole che ogni cristiano è chiamato a rispondere alla propria vocazione battesimale nel servizio apostolico, riconosce particolarmente quei laici che, attraverso un cammino di formazione e l’impegno di una più stretta appartenenza, giungono a partecipare per vocazione e nel modo loro proprio alla spiritualità del Murialdo (art. 43)».

In questi articoli si indicano direttamente o indirettamente quelle realtà che qualche anno fa venivano definite come Famiglia del Murialdo «in senso stretto», o «per vocazione»: i Giuseppini, le Murialdine, l’Istituto Secolare San Leonardo Murialdo, i Laici del Murialdo. Si tratta di persone che non solo condividono l’apostolato murialdino, ma anche l’appartenenza spirituale, testimoniando il carisma di san Leonardo nel loro stato di vita, nella famiglia, nella professione e nutrendo di esso la loro spiritualità.

Gli art. 44-45 descrivono poi un’appartenenza «in senso largo», o «per associazione», alla Famiglia del Murialdo, pur senza usare questi termini: si tratta di ex allievi, collaboratori, amici, benefattori, mamme apostoliche... persone insomma che hanno frequentato o che frequentano le opere della Famiglia del Murialdo e che vi sono legate per simpatia, per sintonia spirituale, per iniziative apostoliche.

Circa i Laici del Murialdo dobbiamo ricordare che essi, «qualunque sia il loro stato di vita, desiderano condividere il carisma del Murialdo e partecipare alla missione della Congregazione dei Giuseppini o delle Murialdine, specialmente a vantaggio spirituale e materiale dei giovani più poveri ed emarginati» (Punti di riferimento circa l’adesione di «Laici» [collaboratori o no] alla Famiglia del Murialdo, n. 1, in «Lettere Giuseppine», [1990], n. 5, p. 160). Nello stesso documento, al n. 8, si afferma che i Laici del Murialdo sono chiamati da Dio a «integrare e ad arricchire spiritualmente e apostolicamente» le comunità dei Giuseppini e delle Murialdine.

Naturalmente, si legge in un testo del 1994, questo avviene in una condivisione «di una stessa scelta vocazionale, anche se in ruoli differenti e con una diversa specificità», ma ugualmente nella certezza di essere tutti chiamati «a seguire Cristo secondo il carisma del Murialdo, che da laici essi si impegnano a vivere nella realtà quotidiana «con scelte di vita che si ispirano ai consigli evangelici», preferenzialmente «a favore di chi ha bisogno, primi fra tutti i minori» (Lettera delle Comunità Laici del Murialdo ai fratelli consacrati nella Congregazione dei Giuseppini del Murialdo in occasione del loro XIX Capitolo Generale. Alle sorelle consacrate nella Congregazione delle Murialdine di S. Giuseppe, n. 2)[17].

Il cammino dei laici della Famiglia del Murialdo ha trovato in Italia una modalità espressiva che è stata denominata «Comunità Laici del Murialdo»: aderendo al carisma spirituale murialdino, essi condividono anche quello apostolico, «che consiste nell’attenzione agli ultimi, in particolare giovani, con i quali condividere la vita, in ambiti e modalità diverse» (Comunità Laici del Murialdo. Elementi caratterizzanti, in «Vita Giuseppina» [1998], n. 8, p. 231).

In un contesto più ampio, le varie realtà laicali che «respirano» il carisma murialdino sono convinte che «rileggere il carisma “insieme” [tra religiosi e laici], cioè al maschile, al femminile e secondo la modalità laicale, non solo aiuta a capirlo, a tradurlo, a trasmetterlo e ad amarlo di più, ma aiuta anche ad individuare le potenzialità che il carisma è in grado di liberare negli uni e negli altri, aiuta ad ascoltare le attese che il carisma suscita nei riguardi gli uni degli altri e a prenderne coscienza», nella consapevolezza, inoltre, «che il carisma del Fondatore possa espandersi e risultare fecondo anche al di là delle opere» (Lettera delle Realtà Laicali ai Capitolari, in occasione del Capitolo Provinciale delle Province Italiane, gennaio 2006, in Congregazione di San Giuseppe. Giuseppini del Murialdo. Provincia Italiana, Laici e religiosi per camminare insieme, (Quaderni di Formazione permanente, n. 2), Roma 2008, p. 15 e p. 17).

Una forma speciale di consacrazione murialdina è l’Istituto Secolare San Murialdo. Si tratta di una realtà ecclesiale che nel suo spirito e nel suo stile di vita ha le sue radici nel carisma di san Leonardo Murialdo. E’ stato approvato canonicamente dal vescovo di Caxias do Sul (Brasile) il 19 marzo 1996, ma aveva iniziato il suo cammino già da sei anni. E’ composto da donne consacrate che «si impegnano a vivere i consigli evangelici dentro il mondo e a partire dal mondo», ognuna nella sua professione e nel suo lavoro, come è tipico degli istituti secolari (Tullio Locatelli, Istituto Secolare S. Murialdo, in «Vita Giuseppina», [1997], n. 1, p. 6).

Il carisma apostolico del Murialdo vi è ben presente, insieme a quello spirituale: «Questo gruppo desidera testimoniare nel mondo e con il mondo, l’amore infinito, tenero, personale e misericordioso di Dio». Le aderenti (donne non sposate o vedove) «valorizzano il dono della vita, dedicandosi ai piccoli e ai giovani poveri, agendo in favore degli oppressi» (ivi); ognuna si mantiene con l’esercizio della sua professione, che offre anche la possibilità di svolgere azione di volontariato e di aiutare il prossimo.

 

Giovenale Dotta



[1]Il paragrafo 24 è stato redatto da suor Orsola Bertolotto e suor Cecilia Dall’Alba.

[2] Lettera circolare n. 75, in occasione del Natale 1973, in Lettere del P. Luigi Casaril, ed. ciclostilata, Roma 1983, p. 92.

[3] Cf. Mt 18,5.

[4]Congregazione Suore Murialdine di San Giuseppe, Regola di vita. Costituzioni. Direttorio generale, Scuola Tipografica S. Pio X, Roma 2005, art. 59 (d’ora in poi Cost.).

[5] Cost., 61.

[6] Cf. lettera circolare 18, del 21 marzo 1962, in Lettere del P. Luigi Casaril..., pp. 15-16.

[7] Cost., 10.

[8] Cf. Cost., 62.

[9]Il carisma della Congregazione, n. 28, in Suore Murialdine di San Giuseppe, Carisma della Congregazione. Testi, Roma 1997.

[10] Cf. Cost., 61.

[11] Cost., 60.

[12] VC 57.

[13] Cf. Cost., 59.

[14] Cost., 58.

[15]«Lar», in portoghese, significa «casa» (come «Hogar» in spagnolo). La traduzione letterale sarebbe «Casa Scuola dei fanciulli».

[16]Boia-fria è il nome di chi va a lavorare portando con sé il pranzo senza avere poi la possibilità di riscaldarlo. Da qui il nome boia (pranzo) fria (freddo).

[17]Il testo della lettera si può trovare nel dossier distribuito ai capitolari e intitolato Famiglia del Murialdo: contiene documenti e schede relativi agli Ex allievi, alle Mamme Apostoliche, ai Laici del Murialdo, ai movimenti Clajmur e Peregrinos.


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