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1 Le parole del Murialdo

Il testo più conosciuto del Murialdo sui giovani poveri è quello che contiene le famose parole «Poveri e abbandonati: ecco i due requisiti che costituiscono un giovane come uno dei nostri...» (Scritti,  V, p. 6).

Fu composto per una conferenza ai maestri-assistenti del Collegio Artigianelli, nel 1869, e poi fu di nuovo proposto a loro nel 1872.

Questa espressione va compresa, nella sua origine, come rivolta a spiegare quali erano i ragazzi accolti dall’Associazione di Carità ed in particolare quelli del collegio. Confluì però nel Regolamento della Congregazione di San Giuseppe del 1873, entrando così nel carisma giuseppino e, col tempo, in quello della Famiglia del Murialdo, realtà più estesa, germogliata poco alla volta, parecchi decenni dopo.

 

1.1 Poveri e abbandonati (approfondimento)

«Poveri e abbandonati: ecco i due requisiti che costituiscono un giovane come uno dei nostri, e quanto più è povero ed abbandonato, tanto più è dei nostri. La qualità di orfano, sebbene enunciata nel bollo [=timbro] del Collegio, non si accenna nel decreto di approvazione dell’Opera, e difatto [sic] non è necessaria per l’ammessione [sic].

Poveri ed abbandonati! Quanto [è] bella la missione di attendere alla educazione dei poveri! E come più bella eziandio, quella di cercare, di sovvenire, di educare, di salvare pel tempo e per la eternità i poveri abbandonati!

Abbandonato [sic] dal lato morale se non materiale.

[...] I nostri giovani sono poveri, sono fanciulli e aggiungiamo pure, talora sono ben altro che innocenti.

Ma quest’ultimo carattere, sebbene in se stesso certo non amabile, debbe [sic] forse renderci i nostri giovani meno cari? meno, sia lecita l’espressione, meno interessanti?

Forse noi dimentichiamo qualche volta questa condizione dei giovani al cui bene intendiamo consacrare la nostra vita. Non appena un giovane si mostra di indole infelice, o anche perversa, di carattere indisciplinato e poco disciplinabile, riottoso alla educazione, altiero, caparbio, e stazionario nel male, o procedente anzi di male in peggio, tantosto ci disgustiamo, ci disanimiamo, e brameremmo senz’altro che quel poverino ci togliesse ogni fastidio andandosene pei fatti suoi egli e i suoi vizii.

Che un giovane intorno a cui riuscì vana ogni fatica (purché realmente ogni fatica siasi adoperata), un giovane che oltre al non migliorare non dà speranza alcuna di miglioramento, un giovane sovratutto che guasti e corrompa i compagni innocenti, che un tale giovane abbia ad essere stralciato dalla società degli altri, chi vorrà negarlo?

[...] Ma non vuolsi tuttavia essere troppo facile a stancarsi, a disanimarsi, a disperare. Non vuolsi dimenticare che raccogliendo abbandonati dobbiamo aspettarci a trovare giovani che abbiano tutta la ignoranza, la selvatichezza, i vizii tutti che nascono da uno stato di abbandono.

Si trattasse pur anco di giovani appartenenti a famiglie civili e cristiane, non dovremmo meravigliarci di trovare difetti e anche vizii nei fanciulli; poiché se già fossero perfetti, perché educarli? E i parenti non ci consegnerebbero forse i loro figli ad educare, come si dà talora una terra incolta, dura, arida a coltivare, lavorare, dissodare, a sradicarne le male erbe, prima di gettarvi il buon seme.

Ora che dobbiamo attenderci noi che ricoveriamo fanciulli raccolti dalla pubblica strada, o talora che escono dalle mani di parenti o zotici o scandalosi?

[...] La loro morale miseria ci dee commuovere più assai che non la materiale: e in luogo di indignarci, o di farci troppo presto perdere pazienza e speranza, ci dee animare a lavorare animosi e pieni di commiserazione attorno a questi infelici, veramente non di rado più infelici che colpevoli, e tali quali probabilmente saremmo noi, se come essi fossimo stati abbandonati» (S. Leonardo Murialdo, Scritti, V, pp. 6-8).

 

 
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